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Pietro Tremolada

Pietro Tremolada nasce a Cernusco il 23 ottobre 1921 da Antonio e Giuseppina Beretta. Chiamato alle armi, viene dislocato a Domodossola, a guardia della frontiera.

Partigiano della prima ora subito dopo l’8 settembre, con Giovanni Vanoli, Remo Bolzoni, Giuseppe Comi e Giovanni Codazzi dà vita al primo nucleo partigiano comunista di Cernusco, che dalla primavera del 1944 verrà inquadrato nella 105a Brigata Garibaldi, della quale diventa vice comandante. Cascina Fornace, dove abitano Pietro, il comandante militare Remo Bolzoni e altri componenti della 105a, è uno dei luoghi di ritrovo dei comunisti, nonché il deposito di armi della brigata (nel giardino di Pietro, oltre a pistole e mitragliette c’è anche una mitragliatrice nascosta, puntata verso la strada) e il luogo da cui partono gli ordini per le azioni. Insieme ai compagni compie rastrellamenti d’armi e sabotaggi, contribuendo alla resa di fascisti e tedeschi.
Dopo la Liberazione, Pietro sposa Margherita Ferri, dalla quale avrà un figlio, Antonio, allontanandosi dall’attività politica per seri motivi di salute.
Pietro muore il 9 dicembre 2009.

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Ennio Sala

Alcuni vedono le cose come sono e chiedono “perché?”
Io sogno cose non ancora esistite e mi chiedo “perché no?”

George Bernard Shaw

Ci è caro rammentare a tutti coloro che lo conobbero nostro padre, Ennio Sala, un uomo estroso, ironico, simpatico: reputiamo altrettanto doveroso presentarlo a coloro che non lo conobbero, perché sappiano che ci si può distaccare da un passato di sofferenza solo se, nel presente, si lavora sull’immagine del futuro che si vuole costruire. Ennio Sala nasce a Milano il 23 febbraio 1925: la madre Ciceri Maria, casalinga, il padre, Giacinto, agricoltore. Dopo sette anni nasce la sorellina Pinuccia, che lui, abbreviando, chiama Pia e dopo la prigionia,

ennio sala

scherzosamente Schwestera. A 11 anni rimane orfano di padre. Come studente frequenta, in varie tappe, l’Istituto Gonzaga, il collegio Cazzulani, l’Istituto Leone XIII. E’ attratto dalle discipline classiche, legge, scrive, primeggia in italiano con temi elogiati dai professori. Adora le montagne: le Dolomiti Gardenesi diventano per lui palestra di roccia per scalate impegnative con le guide locali. Nello zaino al ritorno sempre un “sasso” carpito alla vetta. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo coglie adolescente in fuga dalla città ferita dai bombardamenti. Con mamma e sorella sfolla a Cernusco sul Naviglio, ospite degli zii. In paese intreccia, con successo, nuove amicizie e amplifica i suoi interessi. Si sente libero come il vento, ha sogni in tasca, progetti in testa, voglia di vivere e di agire. L’armistizio dell’8 settembre 1943 spacca in due l’Italia geograficamente e idealmente: sorgono schieramenti opposti. Estraneo ad ogni serio schieramento politico il 18 dicembre 1943 è arrestato con 5 amici da un commando della Feldpolizei. L’accusa è pesante: contatti con gruppi partigiani operanti in zona. Subisce per due mesi il carcere di San Vittore a Milano nel famigerato 6° raggio riservato ai prigionieri politici pericolosissimi: la famiglia saprà solo ai primi di marzo della sua partenza per un campo di concentramento tedesco. Grazie alle testimonianze dei sopravvissuti si può datare il giorno: 4 marzo, il luogo: stazione centrale di Milano, il mezzo: convoglio militare, il binario: il n. 21, conservato tutt’ora Ad Memoriam, la destinazione: campo di Mauthausen e successivi Ebensee e Melk. Parlare di come visse, di quanto patì rischia di fare della retorica. Il genocidio si consumò fino al maggio 1945, quando l’arrivo degli americani nei lager fa conoscere a tutto il mondo la realtà della folle persecuzione. I soccorsi sono immediati, ma è difficile e pericoloso riattivare organi che hanno dimenticato, per inattività, ogni funzione vitale. Ennio è in condizioni pietose, pesa 30 kg, ma ha deciso di continuare a vivere e da quell’istante tutto il suo essere si orienta verso questa realizzazione. La sua inossidabile fiducia nel “Valore meraviglioso della Vita” fa sì che essa entri amichevolmente nelle sue difficoltà per dargli una mano. L’alimentazione va graduata: le prime calorie sono zollette di zucchero che si sciolgono in bocca, poi pezzetti di cioccolato. Con la Croce Rossa dall’Austria viene portato a Bolzano e viene rintracciata la famiglia; su mezzi di fortuna, poiché la linea ferroviaria del Brennero è interrotta, lo raggiungono la zia Ausonia e il cugino Gian Cesare. Lo portano a Milano, in corso di Porta Nuova 8: nel rivederlo si alternano gioia e dolore. Anche lo scrittore Riccardo Bacchelli, amico e vicino di casa, persona schiva e riservata gli va incontro e lo abbraccia commosso. Ha febbre alta e tosse: lo zio medico gli prescrive esami purtroppo positivi al bacillo di Koch. Hanno così inizio le lunghe degenze prima nel sanatorio di Cuasso al Monte, poi a Sondalo dove subisce il taglio frenico al polmone più malandato. Guarisce, è in piedi, riaccende i fari, via! Lavora, si trasferisce a Cernusco e qui vive una parentesi felice come marito, padre, uomo. Si crea nuovi interessi in onda con le sue necessità, vive il suo tempo e riesce a non congelare entusiasmo e voglia di vivere. Non può salire sulle vette? Le guarda dal basso passeggiando. Ama andare a pescare con gli amici anche se può percorrere solo brevi tratti di fiume. Nel suo giardino pianta alberi, rose, c’è spazio anche per un piccolo orto e un pollaio, si prende un cane e si rifugia totalmente negli affetti familiari. Dalle remote cicatrici sorgono problemi respiratori, inevitabili i frequenti ricoveri nell’ospedale di Cernusco e poi di Melzo: vive ora in simbiosi con la bombola dell’ossigeno che, se lo limita nell’operare, lo lascia libero nel pensare.
Muore il 15 marzo 1993.
Ciao papà, riposa in pace. I tuoi figli Renata e Tiziano

Un grazie all’aiuto e alla preziosa testimonianza della zia Pinuccia, amatissima sorella di nostro padre.
Tiziano Sala

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Biografia [.pdf]
Video: Intervista a Tiziano Sala, figlio di Ennio

Luigi Rolla

Luigi Rolla, classe 1926, milita nella GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) su ordine specifico del comandante del VII distaccamento della 105a Brigata Garibaldi, al fine di carpire informazioni preziose per la lotta partigiana. Il 23 marzo 1945 il Rolla lascia la GNR per unirsi ai compagni, partecipando attivamente alle fasi finali della guerra di Liberazione e all’insurrezione.

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Cesare Riboldi

 

cesare riboldi

Cesare Riboldi e Luigi Mattavelli: sognando la libertà

Cesare Riboldi è mio zio, il fratello di mio papà.
Il cippo a metà del viale Assunta si trova proprio nel luogo dove Cesare ha trovato la morte, il 24 aprile del 1945, non ancora ventunenne, insieme con il suo amico Luigi Mattavelli. Esattamente 10 anni prima che io nascessi. Quindi io e lui non ci siamo mai conosciuti.
Cesare nasce alla cascina Malachina, Cassina de’ Pecchi il 25 giugno 1924. Ha un fratello più piccolo, Giuseppe, detto Peppino (che diventerà il mio papà!). La mamma, Agnese Nava, è cernuschese.
Si vive in cascina, una vita semplice, da contadini. Cesare rimane orfano di padre nel 1933. Agnese decide allora di tornare con i due figli a Cernusco, dove ha fratelli e sorelle e si stabilisce in via Monza. È dura vivere in quegli anni trenta così difficili, soprattutto se sei una donna sola con due figli. Ma Agnese è forte e i suoi figli sono bravi ragazzi, iniziano a lavorare subito dopo la quinta elementare, fanno un po’ di tutto e si tira avanti. Cesare ha 16 anni quando inizia la guerra. Cresce vedendo nel suo paese personaggi con camicie nere, violenti e prepotenti. Sente di persone che sono state licenziate perché si sono rifiutate di iscriversi al partito fascista. Lo zio, lavoratore della Marelli, gli parla di scioperi finiti a manganellate, con arresti e licenziamenti.  Sa che un amico, in via Bourdillon, curt del Carlutin, che si è azzardato a cantare l’inizio di Bandiera rossa, è stato picchiato e costretto a bere olio di ricino. Si è abituato alle sirene che avvertono dell’imminente bombardamento, alla vista degli sfollati che hanno perso tutto.
Nel giugno del 1943, Cesare, appena compiuti i 19 anni, viene chiamato alle armi e parte per Ravenna. Ma quell’estate succedono tante cose in Italia. Mussolini viene arrestato, sostituito da Badoglio che l’8 settembre firma l’armistizio con gli alleati, «EVVIVA, la guerra è finita!» Tutti festeggiano, anche nei cortili e nelle piazze di Cernusco, ma… non è così! Quasi subito arrivano le armate tedesche che occupano il Nord Italia, nasce la Repubblica Sociale e i fascisti, i “repubblichini” si ringalluzziscono.
Cesare torna a casa. Ma durante i mesi nell’esercito ha ascoltato tante persone, ha capito che si può fare qualcosa contro l’arroganza del potere, che quella guerra lui non l’ha voluta, e ha un’idea in testa: mettersi in contatto con quelle persone che da un po’ di tempo se ne stanno nascoste in montagna o in pianura nascosti nelle cascine della campagna cernuschese. Persone che non vogliono la guerra, non vogliono i fascisti, non vogliono i tedeschi!!!
E così Cesare entra a fare parte della Resistenza. Lui non sa cosa sia vivere in democrazia, perché quando è nato, nel 1924, già l’Italia era stata fascistizzata. Proprio nel mese della sua nascita, il giugno del 1924, Matteotti viene assassinato dai fascisti, perché in Parlamento ha avuto il coraggio di denunciare i pestaggi e i brogli durante le elezioni manipolate da Mussolini e soci.
Cesare ha solo un’idea di democrazia, ma è un sogno bellissimo, importante e necessario e lui non ha paura di fare cose molto pericolose per perseguire questo sogno. Cesare e Luigi Mattavelli fanno parte dell’11a Brigata Matteotti. Sono i più giovani, ma anche i loro capi “Dino” (Erasmo Tosi) e “Ivo” (Vittorio Galeone) hanno pochi anni più di loro. Portano ordini alle varie unità dislocate in zona: Bussero, Carugate, Pessano, Pioltello. Partecipano a diverse azioni partigiane con il loro gruppo. Sabotaggi, volantinaggi, approvvigionamenti di armi, appostamenti notturni per spiare le mosse dei tedeschi.
Ivo è coraggioso, a volte temerario e spericolato. Cesare, anzi Cesarino come lo chiama lui, lo accompagna spesso nelle sue imprese. Cesare dorme spesso in cascina, a casa potrebbero venire a cercarlo e lui non vuole mettere in pericolo i suoi cari. Ma la mamma, Agnese, ospita in casa sua per lungo tempo proprio Ivo, che è ferito e ricercato («La signora Agnese Nava madre di Cesarino diventò per me una seconda mamma» ricorderà lo stesso Ivo) Lo fa rischiando anche la sua vita, rischiando di perdere tutto. I tedeschi sono famosi per le loro rappresaglie.
Ed eccoci al 24 aprile. Gli Alleati si stanno avvicinando a Milano e finalmente arriva ai capi delle brigate partigiane l’ordine di prepararsi, di procurarsi il maggior numero di uomini e armi possibile, perché il giorno dopo è prevista l’entrata in città. Ivo ordina a Cesare e a Luigi di fare il giro di tutti i distaccamenti della zona avvisando di tenersi pronti.
Siamo al tramonto del 24 aprile, sono passate da poco le 18, Cesare e Luigi stanno percorrendo il viale Assunta e sono stanchi, perché già sono stati a Carugate e Pessano. Stanno tornando alla cascina Arzona di Pioltello, dove incontreranno ancora Ivo e gli altri. Sono emozionati e felici. Felici come si può esserlo a 20 anni con tutta una vita davanti, una vita che da lì a poche ore sarà all’insegna di una libertà che non hanno mai conosciuto, ma per cui hanno lottato con tutte le forze e con tutto il cuore.
Ma ecco… appare lui, il maresciallo delle Brigate Nere, un fascista conosciuto in paese. Questa persona, al contrario di Luigi e Cesare, è piena di rabbia, di paura, sente arrivare la fine, sa che succederà presto qualcosa…
Cesare e Luigi si guardano. Il maresciallo è armato, ma loro sono in due. Gli si avvicinano, lo disarmano per renderlo inoffensivo… una delle consegne ricevute è proprio quella di procurarsi armi in tutti i modi possibili. Cesare e Luigi non hanno pensieri di morte, vogliono solo portargli via le armi. Poi proseguono il loro cammino, lasciandolo andare.
Ma lui, il maresciallo, lui sì vuole la morte, ha un’arma nascosta, che Luigi e Cesare, un po’ ingenuamente non hanno trovato, si gira e spara alcuni colpi. Spara per uccidere e infatti Cesare muore subito, colpito in più parti del corpo. Luigi sopravvive, si trascina alla cascina Lenzuoletta, è ferito gravemente al torace. Muore dopo due giorni in ospedale. Troppo gravi le ferite riportate!
E così, mentre i cernuschesi il 26 aprile festeggiano la liberazione e la resa dei tedeschi anche nel nostro paese, la famiglia di Cesare, quella che sarà la mia famiglia, piange al suo funerale.
Tante volte ho ripensato a lui, steso per terra in quel punto del viale Assunta. È un’immagine dolorosa e allora, per allontanarla, penso ancora alla gioia di quelle sue ultime ore intense. All’emozione meravigliosa che hanno provato Cesare e Luigi quel lontano 24 aprile, all’attesa di un mondo migliore, al sogno che si stava avverando e che non hanno potuto vedere.
Cesare e Luigi, con il loro sacrificio, ci insegnano che vale sempre la pena di lottare per qualcosa di importante in cui si crede. Quel giorno non hanno voluto la morte, non c’era odio dentro di loro, solo speranza.
Sono sicura che se fossero qui adesso con noi, vorrebbero la pace, la libertà, il rispetto di ogni persona, e lotterebbero contro tutti i muri e le ingiustizie che persistono anche oggi, nonostante questa grande lezione della Storia che è stata la Resistenza.
Marina Riboldi

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Angelo Ratti

Angelo Ratti nasce a Cernusco sul Naviglio il 2 maggio del 1926. Per la sua scelta antifascista viene arrestato con cinque compagni e, nel marzo del 1944, deportato nel campo di sterminio di Mauthausen-Gusen. Lavora dapprima alla costruzione del campo di Gusen II e poi in galleria. Nel maggio del 1945, Angelo, finalmente libero, torna in Italia, lavora presso una grande industria editoriale a Milano, dove vive con la famiglia. Diventa un testimone e guida numerosi viaggi a Mauthausen-Gusen.

Due mondi

Il padre di Angelo, socialista ed antifascista, aveva subito la persecuzione dei fascisti già a partire dal 1923-24. Angelo cresce secondo la dottrina del papà, ma la scuola che frequenta e tutta la società sono pervase dal totalitarismo ideologico fascista e i ragazzi devono militare nell’Opera Nazionale Balilla. Il giovane Angelo vive questa contraddizione tra il pensiero respirato in casa e quello imposto fuori.

La scelta

Arriva comunque il momento della presa di coscienza e già nel 1943 Angelo fa la sua scelta: con un gruppo di ragazzi, sei studenti di Cernusco, inizia a svolgere attività antifascista.

Tradimento e arresto

Il 18 dicembre del 1943, arrivano da Milano alcuni militari tedeschi che, casa per casa, arrestano tutti i componenti del gruppo: Roberto Camerani, Ennio Sala, Quinto Calloni, Virginio Oriani e Pierino Colombo. Angelo viene trasportato, con i suoi compagni, al carcere di San Vittore, a Milano. Dopo gli scioperi dei lavoratori contro la guerra e l’occupazione tedesca, il carcere si riempie di operai ed antifascisti: è ora di fare un po’ di spazio, così Il 4 marzo del 1944, di notte, con cento prigionieri, viene chiuso in un vagone merci e fatto partire per la deportazione. Arriveranno alla stazione di Mauthausen.

Da Mauthausen a Gusen

Il 14 maggio del 1944 Angelo viene inviato, con altri 2000 deportati, ad uno dei più grandi sottocampi di Mauthausen, Gusen, che raggiunge dopo una marcia di circa otto chilometri, con i piedi ormai piagati dagli zoccoli di legno rotti e spaiati. Angelo è fortunato perché riesce ad entrare in un Kommando che prepara le punte da usare per le perforazioni, un lavoro che consente di resistere qualche mese, qualche giorno in più. Poi le cose cambiano, altri lavori, più fatica.

Libero

Appena arrivano gli americani, l’8 maggio del 1945, Angelo è impaziente, non sopporta più il campo, il suo odore, stracci come vestiti e la scabbia. Con alcuni compagni lascia il campo e trova dei militari italiani rilasciati dai campi di prigionia. Viene aiutato a riprendersi e scopre che tra i soldati italiani c’è suo fratello. Si ritrovano, si riabbracciano e poi finalmente inizia il viaggio di ritorno a casa.
La vita riprende.

Associazione Roberto Camerani

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Giuseppina Pirola

Giuseppina Pirola, sorella di Mario, nasce a Cernusco il 29 settembre 1925. Nel periodo della Resistenza, è staffetta della 26a Brigata del Popolo, con il compito di portare volantini e stampa clandestina da Milano a Cernusco. In un primo tempo Giuseppina viene inviata anche in provincia, in particolare a Vimercate, ma, in seguito al fallito attacco dei partigiani vimercatesi al campo di aviazione di Arcore (a cui segue una durissima repressione che porta all’arresto e alla fucilazione di diversi partigiani), viene sostituita da Regina (“Gina”) Frigerio, sorella di Felice. Infatti gli spostamenti di Gina verso Vimercate sono meno sospetti perché Felice Sirtori, responsabile della 13a Brigata del Popolo di Vimercate e successivamente eletto sindaco in quella cittadina nell’immediato dopoguerra, era cugino dei Frigerio di Cernusco, e anche una frequentazione così continua e costante era facilmente giustificabile da motivi di parentela.

Riportiamo un’interessante testimonianza di Giuseppina contenuta nel libro di Giorgio Perego Col cuore in gola:
«Di quegli anni ricordo, oltre alla uccisione di Riboldi e Mattavelli, quando hanno arrestato il Camerani, il Colombo, l’Oriani e gli altri giovani. Nello stesso periodo o poco dopo è stato arrestato anche Mario Valzasina: non si sa cosa abbia fatto, ma l’hanno mandato in Germania ed è tornato gravemente malato.
Ricordo anche l’aiuto che la mia famiglia ha dato a una coppia ebrea fuggita da Milano: l’ingegner Carboni, della Lagomarsino, e la sua compagna. Noi abitavamo nella corte del Penati, in Piazza Padre Giuliani e li abbiamo ospitati dall’ottobre ’44 al gennaio ’45; poi, per loro maggior sicurezza, sono stati ospitati dalla famiglia Guzzi, che aveva l’alloggio in una parte della proprietà Penati confinante con l’aperta campagna.
Sulla resa del Comando tedesco ricordo che la sera del 25 aprile, andando alla Cooperativa a prendere il latte, mi preoccupai molto delle mitragliatrici che i tedeschi avevano puntato sulla piazza dalle finestre di Palazzo Tizzoni: mi preoccupai per i partigiani e per la popolazione tutta. Il giorno dopo, le trattative per la resa proseguirono fino al tardo pomeriggio, mentre la piazza, di ora in ora, si riempiva di gente. Quando, alle ore 16, si è aperto il portone di Palazzo Tizzoni e il prevosto, uscendo, disse: “È finita, è finita” tirammo tutti un gran sospiro di sollievo.
Qualche giorno dopo arrivarono in paese gli Americani; avevano la sede del Comando presso Villa Penati. Furono giorni di euforia: in Piazza Padre Giuliani c’era musica tutto il giorno e si ballava per ore e ore».
Franco Salamini

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Bruno Perego

Bruno Perego nasce a Cernusco sul Naviglio il 7 febbraio 1925.
Nel 1943, dopo essere stato assunto, in qualità di operaio meccanico, presso le Ferrovie dello Stato, per evitare di essere arruolato nell’esercito repubblichino sceglieva il servizio al lavoro presso la Todt (organizzazione preposta all’esecuzione di lavori nelle opere militari e civili dei Reich). Tramite la ditta Piazzoli di Cernusco partì con alcuni altri giovani cernuschesi per San Remo, dove era in corso la costruzione di una muraglia antisbarco. Dopo alcuni mesi di lavoro, alla notizia di un probabile trasferimento in Germania, anche Bruno Perego abbandonava il posto di lavoro e ritornava a Cernusco, vivendo alla macchia. In seguito alla minaccia dell’arresto dei genitori (bando Graziani), Bruno Perego si presentava alla Caserma Bersaglieri di Corso Italia, da dove veniva poi inviato alla Caserma di Artiglieria di Novara. Da lì, nell’aprile del 1944, nuova fuga verso casa, assieme a due concittadini: Giuseppe Perego e un certo Scirea. Dopo aver guadato il Ticino, giunti ad Arluno furono accolti da don Siro, che ben conoscevano perché anni prima era stato assistente all’oratorio di Cernusco. Seguendo il canale Villoresi, i fuggiaschi, dopo tre giorni (di notte camminavano, di giorno dormivano sui fienili dei cascinali) giunsero a casa. Bruno Perego, rimanendo sempre ben nascosto in fienili e cisterne, venne in seguito contattato dal socialista Stefano Sirtori, detto “Nino”, entrando così a far parte dell’11a Brigata Matteotti, presso la quale svolse attività di propaganda antifascista, recupero armi, raccolta fondi per i partigiani.

Bruno Perego partecipò alla fase insurrezionale nelle operazioni di disarmo del nemico, di presidio di punti strategici, di mantenimento dell’ordine pubblico.
Giorgio Perego

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Lino Penati

Lino Penati nasce a Cernusco sul Naviglio il 4 agosto 1923. Uomo di grande cultura, alla caduta del regime, nel luglio 1943, partecipa, con altri appartenenti alle Brigate del Popolo, agli incontri che si tengono presso la casa di don Secondo Marelli. Dopo l’8 settembre è uno dei protagonisti del disarmo di diverse casermette tra Cernusco e Brugherio, dove vengono recuperate ingenti quantità di armi.
Il 26 aprile 1944 viene arrestato e rinchiuso a San Vittore. Rilasciato il 10 giugno, si dà alla clandestinità e si unisce alle brigate partigiane, con vari compiti: requisisce armi e le trasporta ai partigiani dell’Oltrepò pavese, fa la staffetta tra le varie formazioni, tiene i collegamenti con gli Alleati e dà riparo a ebrei. Parte del gruppo in cui opera viene fatto prigioniero e fucilato a Fossoli. Lino rientra a Cernusco alla fine di aprile del 1945 e partecipa alla resa dapprima dei presidi militari tedeschi di Liscate e successivamente di quelli di Monza. Per le azioni svolte, gli Alleati riconoscono a Penati il diploma di Partigiano Combattente, nonché vari attestati al merito.
Franco Salamini

lino penati nel 1945 Lino Penati 1945

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Virginio Oriani

Nato a Cernusco sul Naviglio il 5 giugno 1927
Morto il 22 aprile 
1945 a Ebensee

virginio oriani

Virginio Oriani fu arrestato a Cernusco il 18 dicembre 1943, quando aveva appena 16 anni, e, con altri cinque cernuschesi, fu portato nel carcere di San Vittore, dove trascorse tutto l’inverno. In primavera fu tradotto in Germania, dapprima nel campo di Mauthausen e quindi in quello di Ebensee, dove trovò la morte a soli 17 anni.
Di lui rimangono solo frammentari e commossi ricordi di un suo compagno di prigionia, Roberto Camerani, che, con le sue dolci e strazianti parole, lo ha strappato all’oblio.
Da Il viaggio (1983)
«Il più giovane di noi, Virginio Oriani, aveva 16 anni ed è morto poi nel campo di sterminio di Ebensee» (pag. 31).
Ricordi dalle conversazioni che Ernestina Galimberti ha avuto con Roberto Camerani a proposito di Virginio Oriani.
«Quando l’hanno arrestato, aveva ancora in tasca le biglie per giocare, era proprio ancora un ragazzino… aveva 15 anni».
«È morto perché non riusciva a resistere e fare le scelte giuste.
Pur di avere una sigaretta, lui cedeva la sua zuppa o una fetta di pane. Io glielo dicevo che era più importante mangiare, ma lui non ce la faceva».
«L’ho visto quando, ormai moribondo, l’hanno portato al crematorio…».

Da un articolo tratto da una rivista cernuschese, senza data, forse degli anni Settanta, a firma di Roberto Camerani. Il titolo dell’articolo è Misconosciuti e si riferisce a Virginio Oriani e Pierino Colombo.
«[…] Così vidi una sera l’Oriani portato sulle spalle di due miei compagni di lavoro, che la Morte lo stava liberando da tutte le sofferenze terrene. Gli occhi suoi vitrei mi fissarono e tre sole parole dischiusero le sue labbra: “Salutami la mamma”.
Così passò e di lui non mi resta ora che quella triste immagine incancellabile.
Il suo corpo fu arso nel Crematorio e le sue ceneri giacciono ora sul fondo del fiume che scorre schiumante a valle. […]»

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